REFERENDUM TRIVELLE: sabato 2 aprile INCONTRO DI COORDINAMENTO

Il 17 aprile vota Si per dire STOPtrivelle

Il 17 aprile vota Si per dire STOPtrivelle

Sabato 2 aprile alle ore 10.00  presso l’auditorium della Biblioteca Comunale di Ceggia (di fronte alla chiesa).

Oggetto dell’incontro:
– calendario per banchetti, serate, flash mob ecc.ra
– materiali
– realizzazione di un’unica pagina fb/sito dove divulgare tutte le – iniziative territoriali

Il presente invito è rivolto alle Associazioni del territorio e ai cittadini. VI ASPETTIAMO!!!

IL REFERENDUM

Il 17 aprile siamo chiamati a votare per abrogare o meno poche parole abbastanza incomprensibili dell’ultimo decreto Sblocca-Italia dell’estate scorsa, che ha fatto un super-regalo alle società petrolifere. Vediamo di fare un po’ di chiarezza sul perchè si è arrivati a questo referendum e perchè Legambiente vi invita a votare SÌ.

Il quesito riguarda gli impianti già in funzione entro le 12 miglia dalla costa. L’installazione di nuovi impianti in questa fascia è già stata bloccata dalla normativa. La possibilità di estrarre petrolio o gas da questi impianti dipende da una concessione, che come accade per le spiagge o il prelievo di acqua dalle sorgenti, ha una durata e una scadenza. Al termine della concessione le compagnie non possono richiederne il rinnovo, perchè è già previsto che lo sfruttamento degli idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa deve cessare.  Il decreto Sblocca-Italia, però, stabilisce che la durata e la scadenza siano stabilite dalle compagnie petrolifere, permette di continuare l’estrazione fino ad esaurimento del giacimento, senza limiti di tempo. Questo è l’oggetto del referendum: volete abolire l’articolo che permette alle compagnie petrolifere di sfruttare a loro piacimento un giacimento entro le 12 miglia dalla costa? Se si vota SI, si pretende che venga rispettata la durata della concessione prevista al momento in cui è stata stipulata.

Attenzione: « In realtà nuove trivellazioni sono tuttora possibili» afferma Maurizio Billotto il presidente del circolo Legambiente del Veneto Orientale. «Attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che a partire dalle concessioni già rilasciate siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi. Tra i titoli abilitativi che oggi possono godere di una durata a tempo indeterminato ci sono infatti anche diversi permessi di ricerca, alcuni dei quali già in fase esplorativa e in attesa di trasformarsi in vere e proprie concessioni di coltivazione del giacimento (uno su tutti Ombrina mare di fronte la costa abruzzese). Un esempio concreto è dato dal caso di VegaB, la nuova piattaforma prevista nel canale di Sicilia, nell’ambito di una concessione già esistente (dove già opera la piattaforma VegaA) e posta meno di 12 miglia da un’area protetta. Tale piattaforma, se vince il NO molto probabilmente sarà realizzata, proprio per arrivare a fine vita del giacimento. Se vince il Si invece il titolo andrebbe a scadenza nel 2022, e quindi non ci saranno i tempi per realizzare il nuovo impianto. Una vittoria del SI in Sicilia avrebbe quindi un notevole risultato.»

Le attività estrattive sono inquinanti, i controlli in mare sono difficili e recentemente si è scoperto che le compagnie non rispettano i limiti imposti dalla normativa (leggi qui il report di Greenpeace basato sui dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare): «Il quadro che emerge è di una contaminazione grave e diffusa», afferma Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace. «Laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. La situazione si ripete di anno in anno ma ciò nonostante non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari», conclude Ungherese.

Le principali obiezioni del fronte del NO sono la perdita di posti di lavoro e la perdita di combustibili che andranno importati da altri paesi, ma si tratta di motivazioni pretestuose, vediamo perchè:

POSTI DI LAVORO

La vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Se vince il SI,  le attività petrolifere dovrebbero cessare progressivamente secondo la naturale scadenza contratta al momento del rilascio della concessione. La norma dello Sblocca-Italia è stata approvata successivamente al permesso di estrazione, quindi tutti sapevano che la durata sarebbe stata di trent’anni con la possibilità di un’ulteriore proroga per un massimo di 20 anni. Anzi, le attività di dismissione delle piattaforme richiedono molto più lavoro del normale esercizio di estrazione, che viene svolto da poco personale per lo più a terra. Una volta cessate le attività, le piattaforme devono essere messe in stato di fermo, bonificate e poi vengono in genere calate sul fondo del mare e queste operazioni necessitano dell’intervento di imprese di demolizione, bonifica, trasporto ecc.

COMBUSTIBILE ESTRATTO

Attualmente le piattaforme interessate dal referendum (che non verrebbero fermate immediatamente dopo il referendum, ma solo negli anni, progressivamente, con lo scaderedi ciascuna concessione) producono solo il 3% del fabbisogno nazionale di gas e lo 0,8% del fabbisogno di petrolio. Non si tratta quindi di quantitativi di importanza strategica. Il nostro Paese deve comunque importare i combustibili che ci servono. Legambiente calcola che tutto il petrolio presente nei fondali del mare italiano basterebbe a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico, e quelle di gas appena 6 mesi.
Si consideri però che negli ultimi 10 anni i consumi di petrolio e gas si sono ridotti, rispettivamente, del 33% e del 21,6%, per cui è molto più efficace puntare su un ulteriore riduzione, da applicare negli anni man mano che scadono le concessioni e soprattutto sfruttare maggiormente le energie rinnovabili.
Pubblicato da Giulia Baldissera il 31/01/2016.

 

 

 

 

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